venerdì 26 maggio 2017 13:12

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Quale ruolo per gli Oss. La loro collocazione naturale è nella “neo” area delle professioni e dei profili sociosanitari

Le trasformazioni demografiche in corso hanno determinato un cambiamento nella richiesta di cure. Diviene pertanto strategico investire di più sull’integrazione tra servizi sanitari e socio sanitari assistenziali. Ed è in questo contesto che va inquadrato il percorso della figura professionale dell’operatore socio sanitario (Oss) dall'attuale ruolo tecnico a quello istituendo delle professioni e dei profili sociosanitari

 

28 MAG - Domani il Ministero della Salute, in concomitanza della manifestazione indetta dal Migep, incontrerà una loro delegazione di infermieri generici, puericultrici e operatori sociosanitari per ascoltare le loro richieste ed individuare le possibili soluzioni. Il Ministero della Salute ha da tempo riconosciuto al personale appartenente a questi profili professionali il valore e l’apporto loro fornito nelle attività dei sevizi e presidi sanitari e sociosanitari, riconoscendo pari importanza alla loro funzione all’interno dell’èquipe assistenziale; la prima questione che va affrontata con incisività è quella del riconoscimento del loro diritto al lavoro all’interno nelle strutture ove operano con il rispetto delle proprie funzioni e della formazione avuta.

 

Infatti giungono a questo Dicastero continue segnalazioni dalle Organizzazioni Sindacali e dalle Associazioni Professionali concernenti licenziamenti o demansionamenti di personale in possesso di qualifiche “ad esaurimento” quali operatore tecnico addetto all’assistenza, massofisioterapista, infermiere generico etc., in quanto la loro presenza in organico impedirebbe l’accreditamento non concorrendo al raggiungimento degli standard di personale prescritti. E’ evidente, invece, che gli appartenenti a tali profili abbiano il diritto ad essere mantenuti in servizio nell’esercizio delle mansioni proprie del profilo senza che ciò possa costituire ostacolo o pretesto per l’accreditamento o la remunerazione delle prestazioni effettuate. Sarà, quindi, necessario riattivare un colloquio in tal senso tra Ministero e Regioni affinché possano essere messe in essere con urgenza tutte le azioni necessarie affinché queste spiacevoli situazioni (che, tra l’altro, non corrispondono alla corretta interpretazione della normativa in materia) non debbano più verificarsi anche al fine di non creare situazioni di tensione tra le lavoratrici ed i lavoratori della sanità coinvolti e di non aumentare il livello di contenzioso inutilmente e diminuire i livelli occupazionali immotivatamente.

Per quanto riguarda il profilo professionale dell’operatore sociosanitario è ora che diventi spendibile, con i necessari adattamenti ed integrazioni quanto concordato nel 4 luglio 2012, dopo un lungo periodo di confronti dal Tavolo tecnico “Ministero-Regioni su ruolo, funzioni, formazione e programmazione del fabbisogno dell’operatore sociosanitario”, istituto presso il Ministero della Salute; questo documento affronta tutta la problematica di questo profilo professionale, ormai componente fondamentale ed indispensabile dell’equipe assistenziale. Ricordo che questo registrò il consenso di tutte le componenti del Tavolo: Il Ministro della Salute di allora, prof. Ferruccio Fazio, il Coordinamento della Commissione Salute delle Regioni, le segreterie nazionali di CGIL-FP, CISL FP, UIL FPL, FIALS, FSI – USAE, Nursing Up, la Federazione Nazionale Collegi IPASVI, Federazione Nazionale Collegi Ostetriche ed il MIGEP.

 

Con questa intesa tra le parti interessate si sono affrontate le questioni relative a ruolo, funzioni, consistenza numerica, fabbisogni e formazione attuali di questa figura professionale concordando di intervenire in sinergia congiuntamente a livello nazionale, regionale e territoriale per:

- rilevare i numeri reali degli OSS, ad oggi formati e impegnati, nei settori sanitario e socio sanitario (pubblico, privato e terzo settore) e programmare, di conseguenza, gli eventuali nuovi fabbisogni;

- approfondire e analizzare i diversi modelli organizzativi, che prevedono l’impiego degli OSS, per evidenziarne eventuali criticità e differenze tra le regioni e i territori, promuovendo la diffusione delle sperimentazioni più avanzate;

- uniformare e migliorare l’attività formativa destinata agli OSS, che dovrà essere svolta a cura e sotto la responsabilità dei Servizi Sanitari Regionali in collaborazione con i Servizi Sociali degli Enti Locali, monitorando il livello di competenza acquisita;

- completare senza ritardi la riqualificazione degli altri operatori esistenti (OTA, OSA, ASA, ADEST, ecc.);

- promuovere un corretto impiego degli OSS, in coerenza con l’Accordo Stato Regioni del 2001 istitutivo del profilo;

- promuovere l’aggiornamento permanente anche dell’operatore sociosanitario.

 

I componenti del Tavolo avevano poi convenuto sulla necessità che sull’eventuale evoluzione di questo profilo in un altro con più avanzare competenze si esprimesse la parte politica; questione quanto mai attuale in presenza di una innovazione dell’organizzazione del lavoro sanitario e sociosanitario avviata dal Patto per la Salute 2014/201. Tale documento se condiviso nella sostanza e quindi fatto proprio dalle Regioni, potrebbe configurarsi quale una positiva intesa tra le parti interessate per contribuire ad avviare a soluzione i complessi problemi dell’inserimento di questo operatore nei servizi sanitari, sociosanitari e sociali e della sua programmazione del fabbisogno e della competenza formativa. Il tutto tenendo conto che i mutamenti intervenuti nel tessuto sociale e nel quadro epidemiologico negli ultimi decenni, quali l’aumento della speranza di vita, il miglioramento delle condizioni di vita e di salute ma anche l’invecchiamento della popolazione e l’espandersi di forme di disagio e di fragilità sociale rendono indispensabile ripensare l’organizzazione sanitaria e socio sanitaria assistenziale.

 

Per questo l’azione del Governo, del Ministero della Salute e delle Regioni è tesa ad affrontare il percorso di qualificazione dei servizi ed attività sanitarie e socio sanitarie assistenziali, sia in termini di qualità che quantità dei servizi offerti, al fine di promuovere la tutela della salute e benessere sociale dei cittadini; in questo scenario le trasformazioni demografiche in corso hanno determinato un cambiamento nella richiesta di cure (dalle cure intensive necessarie nelle fasi acute delle patologie, alle cure continuative nelle diverse condizioni di fragilità), richiedendo una profonda trasformazione del sistema dell’offerta sanitaria, socio sanitaria assistenziale e sociale e della stessa organizzazione dei servizi, a supporto della non autosufficienza, così come una maggiore attenzione a realizzare una presa in carico “complessiva” della persona, di diverse età, in condizioni anche di disabilità.

 

Vanno individuate, pertanto, diverse modalità di risposta alla cronicità, tenendo sempre al centro la persona, la famiglia e la qualità delle cure erogate, riaffermando la centralità del territorio nella cura e nell’assistenza della non autosufficienza e delle patologie croniche degenerative, riconoscendone tutta l’importanza anche attraverso la messa in atto di nuovi sistemi organizzativi, professionali e risorse economiche adeguate, superando la centralità dell’ospedale e realizzando sul territorio nuove modalità di presa in carico della persona con patologie a lungo decorso, garantendo la continuità assistenziale.

 

Un percorso che passa attraverso l’integrazione dei servizi sanitari e sociali e una reale integrazione delle diverse figure professionali che operano sul territorio, che sono la vera risorsa, il vero capitale umano da apprezzare e valorizzare, all’interno del quale l’operatore sociosanitario non è una figura di supporto ma un operatore che collabora con l’infermiere, l’ostetrica, l’assistente sociale…nelle e con le proprie funzioni al raggiungimento degli obiettivi di salute. Diviene pertanto strategico investire di più sull’integrazione tra servizi sanitari e socio sanitari assistenziali, in particolare nelle regioni dove si è fatto sicuramente molto meno, anche rispetto alla domiciliarità che risulta carente, con differenziazioni territoriali evidenti e, comunque, insufficienti per conseguire l’obiettivo di mantenere disabili, persone non autosufficienti o con diverse condizioni di fragilità, il più possibile nel proprio ambiente di vita. Tale carenza di servizi e di interventi socio sanitari assistenziali ha portato l’utenza a chiedere aiuto sul territorio ad operatori improvvisati, aumentando quindi il fenomeno dell’abusivismo professionale più volte evidenziato da molti professionisti della salute.

 

Un progetto di integrazione tra servizi sanitari e socio sanitari assistenziali richiede indicazioni precise, tappe, strategie chiare e uniformi per i livelli istituzionali (nazionale, regionale e locale) organizzativo, funzionale, professionale e formativo con una particolare attenzione anche al ruolo del terzo settore sempre più determinante ed è in questo contesto che va inquadrato il percorso della figura professionale dell’operatore socio sanitario (Oss). 

 

Ricordo che l’Oss nasce per dare una risposta qualificata sia in ambito sanitario sia in ambito socio-assistenziale, poiché può svolgere attività indirizzate a soddisfare i bisogni primari delle persone, nell’ambito delle proprie aree di competenza, in un contesto sia sociale che sanitario, e favorire il benessere e l’autonomia della persona.

 

In particolare, per quanto riguarda l’integrazione socio sanitaria a livello domiciliare, molti interventi di tipo socio assistenziale necessitano della competenza delle professioni sanitarie e sociali per la loro pianificazione in quanto sono rivolti a migliorare l’assistenza alla persona non autosufficiente con fragilità o nelle attività di vita quotidiana. Coadiuvati dagli operatori, i professionisti della salute possono ottimizzare meglio il tempo di lavoro per pianificare e organizzare i vari interventi assistenziali, ponendo priorità e attenzione alla personalizzazione dell’assistenza ed influendo positivamente sulla qualità dell’assistenza stessa.

 

L’ultima, e certamente non secondaria, questione da affrontare è la richiesta relativa alla collocazione attuale dell’OSS nel ruolo tecnico invece che nel ruolo sanitario. Premesso che la desueta articolazione del personale del SSN nei quattro ruoli (sanitario, tecnico, professionale ed amministrativo) non è più rispondente all’attuale organizzazione del lavoro in sanità e svolge solo una residuale funzione di riconoscimento di alcuni istituti contrattuali. Per questo si ritiene che nella collocazione funzionale del profilo dell’OSS debba prevalere quanto è contenuto nel profilo che lo rende un operatore che partecipa alla tutela della salute individuale e collettiva e non un operatore tecnico nell’accezione comune; inoltre è bene ricordare che questo profilo come specifica il suo nome (“sociosanitario” e non tecnico) è il primo ed attualmente unico profilo della mai attuata completamente area sociosanitaria, prevista dalla dlgs 502/99 e smi, che avrebbe dovuto comprendere profili sanitari, sociali e sociosanitari, archiviando definitivamente i 4 ruoli del 761.

 

Quindi l’operatore sociosanitario allo stato attuale della legislazione non è l’ultimo profilo professionale arrivato nell’antico ruolo tecnico del DPR761/79 bensì il primo profilo professionale del personale dell’area delle professioni e dei profili sociosanitari prevista dall’articolo 3 octies del dlgs 502/92…un continente professionale tutto da esplorare e colonizzare. Sarà, quindi, con gli strumenti della contrattazione nazionale e di quella integrativa, necessario superare la penalizzante distinzione in ruoli introdotta dal DPR 761/79, introducendo il principio, costituzionalmente garantito, che tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che operino in analoghe strutture e con medesime condizioni di disagio abbiano medesimi diritti e corrispondenti indennità.

 

 

Saverio Proia 

 

 

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